Pubblicato da: manola3 | 2 maggio 2010

Lo scimpanzè che sa di morire


Pansy è morta a cinquant’anni.
Sapeva di essere malata e chi viveva con lei sapeva che se ne stava andando per
sempre. Negli ultimi giorni che le restavano da vivere ha cercato di prendersi
un po’ di tempo per stare con la figlia e "dirsi" le ultime cose. Le amiche
intanto, la coccolavano, la lavavano, le tenevano la mano e cercavano di non
disturbarla, facendo meno rumore possibile: un segno di rispetto per chi si
apprestava a fare l’ultimo viaggio. Scene già viste nelle case, negli ospedali,
ovunque ci sia qualcuno che se ne va. Questa volta però lo sfondo era un parco
scozzese. Pansy infatti, è uno scimpanzè.

Studiata durante la malattia dagli
scienziati dell’Università scozzese di Striling, lei e la sua famiglia, hanno
certificato, coi loro comportamenti quel che molti studiosi già immaginavano da
tempo. Gli scimpanzi, e con loro probabilmente molti altri primati, sanno
immaginare un futuro a lungo termine e sanno – soprattutto – a cosa vanno
incontro quando il corpo si indebolisce. Hanno, in poche parole, una percezione
della morte simile a quella degli umani. A spiegarlo è il professor James
Anderson, che ha condotto la ricerca sul campo, filmando tutto e poi pubblicando
in questi giorni lo studio sulla rivista scientifica Current Biology: nei
filmati di Anderson c’è Pansy che si ammala e si rende conto giorno dopo giorno
di quel che le sta accadendo. C’è un’eredità morale da lasciare, il morale a
volte crolla perchè c’è il pensiero della morte, un pensiero che annienta. Noi
umani ne sappiamo qualcosa. Quando crediamo di riuscirci quel pensiero diventa
insopportabile, da allontanare al più presto. A lenire quel vuoto, poi, per
credenti e non credenti, c’è la religione, che dà un senso – o almeno ci prova –
a quel che ci aspetta oltre la vita. Ma le scimmie non hanno un paradiso.
Insomma per Pansy non c’era nessuna consolazione ultraterrena. Solo la compagnia
di chi ha diviso con lei gli spazi di un luogo quasi più assurdo del paradiso
delle scimmie, un safari park immerso nelle highland scozzesi: terra di nebbia,
castelli, fantasmi e – per i meno romantici – birre, whisky e campi da golf. Un
posto buono per i cervi, angus e pecore non certo per uno scimpanzè. Lì, in
cattività, Pansy ha passato l’ultima notte abbracciata alla figlia. Lei ormai
fiaccata dormiva, la figlia no. Inquieta, consapevole – almeno secondo Anderson
e i suoi – di quel che sarebbe accaduto di lì a poco. Poco prima di morire Pansy
si è coricata in un giaciglio preparato per lei da un altro scimpanzi. I suoi
compagni si sono avvicinati e le sono stati accanto negli ultimi istanti
accarezzandola e pulendola. Infine si sono accucciati per osservarle il viso da
vicino: quando Pansy ha iniziato a non dar più alcun segno di vita, gli
scimpanzè hanno preso a scuoterla con gentilezza. Le sue compagne si sono
avvicinate con rispetto, accertandosi di quel che già immaginavano: hanno
provato a sentire il respiro, le hanno tirato su il braccio come fa un qualsiasi
medico per vedere se c’è una reazione. Un maschio ha quasi provato a rianimare
in qualche modo l’amica. Ma Pansy era morta. Non c’era più niente da fare. Se ne
è andata in pace, consapevole e rasserenata dal fatto di aver chiuso i conti con
i vivi. La figlia vorrà passare l’ultima notte abbracciata a lei prima di
lasciarla andare per sempre. Poi il corpo di Pansy viene portato via. Per
rispetto, nessuno dormirà più nel suo angolo.Un codice non scritto degli
scimpanzè per onorare la memoria di chi non c’è più. – Gli scimpanzè hanno
coscienza della morte. Molti di loro provano a morire da soli, ma per chi ha
vissuto in gruppo è facile che si crei un capannello che la veglia – Troppi i
comportamenti in cui rivediamo le paure, le ansie e i gesti di solidarietà degli
umani per non pensare seriamente a un concetto della morte se non simile
perlomeno vicino al nostro.-  Dalla Guinea un altro studio britannico sui
primati sembra dar ragione alla tesi di Anderson, che insiste. – Alcuni di
questi comportamenti non sono mai stati osservati prima tra gli scimpanzè e non
possono far altro che suscitare domande sull’origine del nostro modo di reagire
alla morte di un familiare o un membro del nostro gruppo.- Lo studio, insomma,
potrebbe cambiare molte cose in futuro. Per il momento cambierà la pratica che
fino a oggi ha portato l’allontanamento dal gruppo degli esemplari che hanno
sviluppato malattie terminali. – Almeno in alcuni casi – ha concluso Anderson –
sembra più opportuno permettere agli animali di morire tra il conforto dei loro
pari.- Pardon, dei loro cari.


Responses

  1. Sono più solidali loro degli umani, ed è giusto che non vengano allontanati dal gruppo gli esemplari ammalati, visto come se ne prendono cura quelli sani.Un salutone, buona nuova settimana, Pat

  2. Ciao Manola,Bella questa stori che ho appena letto; speriamo che anche questo contribuisca a portare un po più di rispetto agli animali………….buona settimana


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